mercoledì, settembre 27, 2006

- Leggende delle dolomiti 8 - Man de Fier

Osvald von Wolkenstein fu uno dei più famosi cantori delle Dolomiti e molte storie son narrate su suo conto. Una di queste storie narra che quand'egli era ancor bimbo, un'indovina predisse alla madre che s'egli avesse imparato a suonare la cetra sarebbe divenuto un grande cantore, ma avrebbe vissuto sempre infelice. La madre lo condusse allora dalle Gannes (abitatrici delle selve) e una di loro incantò le mani del figlio, in modo che non toccassero mai strumento senza romperlo.
Osvald crebbe e amò la musica, ma nessuno poteva insegnargliela, perchè distruggeva qualsiasi strumento, tant'è che iniziarono a chiamarlo Man de Fier (mano di ferro).
Un giorno, camminando in montagna, sentì dietro un cespuglio di rose bianche una musica soave, accompagnata da un canto ancor più dolce. Senza far rumore si avvicinò e vide una meravigliosa silfide. Si fermò ad ascoltarla per ore fino a sera. Quando anche l'ultimo raggio di sole si spense, con esso tutto scomparve. musica, canto, silfide e cespuglio di rose.. Ma il giorno dopo tornando di nuovo potè ascoltarla e cosi per giorni. Lei s'era accorta di Osvald e apprezzava la sua discrezione, fino quando fu lei a decidersi a parlargli dopo 7 giorni. Parlando lui le raccontò della sua passione ma della sua impotenza nel suonare e lei gli rivelò della stregoneria che incombeva su lui. -solo un gran dolore potrebbe scoglier l'incantesimo..ma un dolore cosi grande che sarebbe meglio davvero per te aver le mani davvero di ferro- le spiegò la ragazza.
Mesi più tardi Osvald rivelò alla madre di esser fidanzato ma alle domande di lei non seppe dire nemmeno che nome avesse, la giovane. Il giorno dopo lo chiese, ma invano -Com'io mi chiami non lo dirò mai, perchè se lo sapessi dovremmo separarci per sempre. Ti basti sapere che il mio luogo d'origine è il Giardino di rose di re Laurino, che ora non esiste più- La madre pensava che tra uomini e spiriti delle montagne non dovessero esserci affinità, ma non disse nulla. Furono mesi felici per Osvald, che alla fanciulla aveva dato tutto il suo cuore: un cuore semplice e ardente , di quelli che si danno una volta, e per tutta la vita.
Una sera, tornando dalla montagna che era ormai notte, vide un fuoco con delle Cristannes attorno. Sapeva che i Cristannes erano esseri selvaggi che abitavano gli angoli più inaccessibili dei monti e che di quei monti conoscevan tutti i segreti. Si accostò così a ascoltare e proprio in quel momento una Cristanna parlava di lui -la vecchia castellana di Wolkenstein ha fatto bene a incantar le mani del figlio, ma ora lui vuol sposare Antermoja e l'incantesimo andrà in fumo...- Antermoja! era felice di saper il nome di lei, finchè un giorno, parlandole, in un attimo di distrazione la chiamò per nome. La silfide pianse lacrime amare e tristemente gli disse addio, lasciando tra le sue mani la propria cetra, poi entrò nel cespuglio di rose e cantò una canzone che mai egli aveva da lei udito. Lui era paralizzato di paura, non sapeva che fare. D'improvviso si aprì una crepa dal suolo e iniziò a zampillare dell'acqua nera cosi abbondante che in un momento si formò un lago e nel lago sparirono fanciulla e rose. Per 3 giorni egli la cercò, ma invano. Al 3° giorno prese la cetra di Antermoja e volle provar a suonare.
Fu un canto stupendo di dolore uello che uscì dallo strumento. L'incantesimo era rotto, ma ogni gioia era finita. Per tutta la vita errò di terra in terra e di mare in mare, cercando pace d'animo e mai trovandola: in tutta la vita non ebbe più un'ora di autentica felicità, ma le canzoni furono meravigliose tanto che nessuno prima o dopo di lui suonò la cetra con arte così divina.

Nessun commento: